Narrativa - Racconti brevi

Un luogo non è solo il suo presente ma anche quel labirinto di tempi ed epoche diverse che si intrecciano in un paesaggio e lo costituiscono.
Frugarolo: non solo case, chiese, piazze e municipio ma anche persone, attività, abitudini, passioni, cibo, riti, feste che danno agli abitanti il senso di appartenenza ad una comunità. Le mie riflessioni riguardano il paesaggio nel quale il paese è racchiuso.
Ci sono luoghi che seducono anche se non ci appartengono per nascita, come nel mio caso.
Abito dal 1985 nel Casinòt di pum, fuori dal centro abitato, in regione San Fruttuoso (a ricordarci che nel Medioevo in zona sorgeva una comunità monastica di Benedettini). Vi si arriva attraverso una tortuosa strada campestre, fiancheggiata a tratti da acacie, in un’alternanza di luci e di ombre che le danno un’aria segreta. Qui coltiviamo un orto, un frutteto un po’ malandato causa età e un grande giardino.
Il confine visivo della pianura è dato dalla cremagliera delle Alpi dominata dal Monviso e dal Monte Rosa.
Sono chilometri di silenzio in un luogo di confine tra il presente e il passato dove è bello camminare all’alba nell’erba bagnata della campagna assopita in compagnia di un cane felice. Nella continuità dei giorni si vive il passaggio delle stagioni: i colori profumati delle magnolie in fiore, la felicità golosa delle prime ciliegie, la dolcezza dei fichi, l’aroma inafferrabile dell’uva fragola, l’operosità in giardino e le sere di indolenza, la luce che si fa fragile in autunno e il riposo dell’inverno.
In lontananza, due grandi cascine paiono vegliare sul territorio: il Palazzo e la Torre in cui vaga inquieto lo spirito del conte Andreino Trotti alla ricerca dei trecenteschi affreschi relativi ai Cavalieri della Tavola Rotonda che hanno trovato altra sede in Alessandria.
Da casa alla Giaretta, sconfinando in Bosco Marengo fino ad arrivare a Fresonara, ricordo un mare d’erba: erano i prati stabili di un infinito smeraldino verde umido dove crescevano margherite, salvia pratensis, ranuncoli, ombrellifere, dove si radunavano gli uccelli, anatre, pivieri, pavoncelle, beccaccini, dove correvano lepri e fagiani, dove si nascondevano ricci e talpe.
I prati erano delimitati da grandi alberi, olmi, gaggie e salici e da siepi di prugnoli selvatici, biancospini, rose canine, la casa degli insetti. Clorofilla a perdita d’occhio, un ecosistema perfetto.
Oggi, scomparsi i prati stabili, si coltivano erba medica, loietto, granoturco e pomodori e altre colture intensive soggette a rotazione col ricorso ad un uso massiccio di prodotti chimici che impoveriscono il terreno. Scomparsi certi habitat, si assiste ad una grave perdita della biodiversità con la riduzione della popolazione degli insetti e di altre specie animali, le rondini ormai sono rare.
Tuttavia…ci sono ancora pettirossi e usignoli, lucciole, grilli e cicale, da qualche anno nidificano le splendide ghiandaie marine, dunque, una speranza rimane.
Oggi, le linee verticali sono rare nella nostra pianura, perché di alberi ne sono rimasti pochi, da quando la terra è stata spogliata della sua sacralità e utilizzata anche per scopi diversi dal fine di provvedere all’alimentazione umana ed animale.
Tutto è in divenire. Nei campi vicino alla mia abitazione, fino ad un decennio fa si coltivavano su vari ettari, lillà bianchi da vendere come fiore reciso. Quando il mercato e le mode cambiarono, l’attività cessò. Nell’abbandono sono sopravvissuti centinaia di lillà i quali, non più imprigionati, erano occupati ad essere felici, liberi di crescere e di fiorire esibendosi ogni primavera come nuvole all’orizzonte. Non più solo fiori bianchi perché si erano sviluppati anche i portainnesti, più profumati, in tutta la gamma indicibile dei viola. Un impasto di luce, una cornice che riquadrava il
paesaggio di colore. Da casa, il profumo era annunciato, immaginato, all’orizzonte dell’odorato. Ora non ci sono più, ma prima di essere distrutti nel 2023, si esibirono in una straordinaria, stupefacente, insolita, fioritura autunnale a mo’ di commiato.
Peccato che non si sia trovato il modo di tutelarli, sarebbe stato un patrimonio collettivo.
Malinconia delle cose che finiscono, c’è un crepuscolo per tutto, il tempo ci trascina.
In nome della legge del profitto si è persa la concezione del paesaggio come opera d’arte da preservare e mantenere, di cui abbiamo tutti la responsabilità.
La campagna di Frugarolo ha due anime: verso occidente il terreno è profondo e ricco d’acqua, percorso da un intreccio di rogge, nel lato orientale i campi, più ghiaiosi, sono coltivati prevalentemente a grano, sono spazi di luce, immensa, dilagante che si riverbera sull’oro delle messi.
In passato qui, oltre a qualche vigna, c’erano molte file di gelsi che definivano il paesaggio. Ne è sopravvissuta una, doppia, sontuosa, monumentale, alla Cascina Montina che merita una visita.
I gelsi sono alberi sacri, scultorei, la loro corteccia straripa in ondulazioni e protuberanze, la loro chioma si protende verso il cielo.
I pochi esemplari rimasti, sarebbero da proteggere, vestigia di un tempo in cui si praticava la sericoltura. Tre, secolari, sono presenti anche nel mio giardino e sono tra gli alberi più amati.
Infine… la Fondia. Una stradina campestre ai margini del paese, infossata tra due file di gaggie che nella loro esuberanza oscurano la luce, quasi una cattedrale gotica elevata a mito da Dino Molinari, il più sensibile cantore della “frugarolesità” che ha scritto pagine e pagine sul suo luogo d’origine. Un’avventura, la sua, tra cose, persone, storia che altro non è se non condivisione di un mondo dove “i tramonti sono folgoranti e ineguagliabili” Tutti i fenomeni naturali, un temporale, la nebbia, il solleone, erano per lui occasione di poesia facendosi miti ctoni.
Un maestro per me.
Mi piacerebbe scrivere di altri frugarolesi di ieri perché nel ricordo si custodisce la loro vita. Luoghi e cose sono difficilmente separabili dalle persone amate e dall’immagine del mondo che le avvolge. Sarà per un’altra volta.

A Frugarolo, dove oggi si trova il n. 23 di Via Gramsci, nel 1950 aprì il Bar Rondinella, che in breve divenne uno dei locali più famosi della Fraschetta.
Poteva contare su un insieme di potenzialità non comuni ai locali dell’epoca:
– “Dele” (Adele Cavanna), con anni di esperienza presso il bar ristorante albergo di Cesarina Colombo, era una barista scafata e una cuoca capace.
– “Berto” (Umberto Borgoglio), oste competente, commerciante di uve da pigiatura e vinificatore esperto.
– Un’antica cantina in mattoni, enorme e ricca di infernòt, per lo stoccaggio di migliaia di bottiglie.
– Un salone per la ristorazione, capace di ospitare fino a 150 persone, ideale per ricevimenti, matrimoni e feste di leva.
– Un ampio e curato cortile con pista da ballo e palco rialzato per i suonatori.
La festa del paese si svolgeva nel cortile del Rondinella e, dal 1952 in poi, sul palco si esibirono artisti di fama nazionale come Carla Boni, Oscar Carboni, Katina Ranieri e molti altri. Tra questi va
sottolineata l’esibizione di Giacomo Rondinella, che si fece accompagnare dall’orchestra Zara del maestro Aldo Zara di Volpedo.
Nel 1956 Tonina Torielli arrivò seconda al Festival di Sanremo e, nell’estate dello stesso anno, venne a cantare al Rondinella, convinta da Aurelio Borgoglio (figlio primogenito). Si narra che andò a casa della “caramellaia” (così chiamata perché prima di essere famosa lavorava in una fabbrica di dolciumi di Novi) e tanto insistette che riuscì a portarla a Frugarolo.
Un anno (forse il 1958), il sindaco pro tempore negò al Bar Rondinella il permesso di organizzare la festa patronale, minacciando persino di far arare la strada davanti all’ingresso.
Aurelio ottenne il permesso dal questore (o forse dal prefetto), scavalcando così il sindaco. La sera della festa, alle 21 in piazza iniziò l’esibizione di Jula De Palma, artista ingaggiata dal sindaco. Alle 21:20, al Rondinella, dopo aver terminato il secondo piatto di agnolotti preparati da Dele, Narciso Parigi, alla sua seconda presenza (la prima fu nel 1952), salì sul palco cantando “Stornelli”.
La piazza si svuotò: tutti accorsero al Rondinella e Jula De Palma lasciò la scena e se ne andò.
Negli anni ’70, un giorno telefonò un certo Pippo chiedendo se, il sabato successivo, di passaggio, potesse pranzare al Rondinella per assaggiare gli agnolotti di Dele, di cui aveva sentito parlare a Genova: “Siamo in tre, le porto un personaggio famoso a mangiare lì.” Il sabato successivo arrivarono in quattro, tra cui Pippo e Pucci dei Trilli. A fine pranzo, Berto chiese se avessero piacere di esibirsi in una serata. Pucci rispose: “Speravo me lo chiedeste.” Dopo qualche settimana, in seguito a una cena definita “meravigliosa”, i Trilli si esibirono nella sala rossa del Rondinella.
La festa del paese si tenne al Rondinella fino al 1976, quando a Frugarolo si insediò la Pro Loco dei Gatti, che cominciò a organizzare in Piazza Sant’Anna, ora piazza Kennedy, concerti incredibili (ma questa è un’altra storia). Il Rondinella continuò solo con il servizio bar.
Tra le tante iniziative belle istituite o ospitate nel cortile del Rondinella, vale la pena ricordare:
–  il cinema all’aperto di Giuseppe e Guido Rava, per tante estati
– l’elezione di Miss Frugarolo
– la scuola di ballo del maestro Italo Pilati
– i saggi di karate della palestra di Riccardo Gentile
Il Bar Rondinella chiuse nel 1980. Tanto ancora ci sarebbe da raccontare… ma diventerebbe un libro.

Eh sì, nella piccola scuola elementare della frazione di Mandrino è un giorno importante. L’anno scolastico è finito e oggi si consegnano le pagelle, e la consegna, come ogni anno, è quasi un rito. Ogni scolaro è accompagnato dalla rispettiva madre, direi quasi trascinato, per la paura di non essere promosso.
Attendiamo fuori, nel piccolo cortile, per andare al cospetto delle due maestre: una insegna nel biennio della prima e seconda classe, e l’altra nel triennio dalla terza alla quinta. Anch’io, con i miei
compagni, attendo il mio turno con mia madre e finalmente entriamo. Promosso… tutti promossi alla fine della mattinata.
Sono Vilmo Giuseppe Bovone, figlio unico, e la promozione era la gioia dei miei genitori e dei miei nonni. La maestra, prima di lasciarci, mi impartisce le raccomandazioni per le vacanze: “Usa il libro dei compiti per le vacanze… Scrivi dei pensieri… Leggi qualche libro…”.
Sul leggere un libro avevo qualche dubbio, in fin dei conti il libro che amavo sfogliare era “l’album delle figurine dei calciatori”, proprio un gran libro, pieno di volti e di stemmi luccicanti delle varie squadre di Serie A e Serie B. Tra loro i miei beniamini dell’Inter, che ammiravo per la loro bravura, e che soprattutto vedevo in TV. Guardandoli giocare, provavo un turbine di emozioni. Non sempre vincevano, ma non era poi così importante, perché c’era la domenica successiva per rifarsi e, soprattutto, una nuova partita trasmessa in TV, per continuare a tifare.
Guardavo la partita con mio padre e mio nonno, che commentavano gli incontri come esperti, specialmente mio padre. Mio padre, all’età di 19 anni, giocava nella squadra di Mandrogne e una volta aveva partecipato a una partita amichevole allo stadio “Moccagatta”, incontrando i “Grigi” dell’Alessandria. Ne parlava spesso: avevano vinto 2–1.
Ritornando alla questione di leggere un libro, la frazione di Mandrino non aveva una biblioteca e quindi non potevo ambire facilmente alla lettura di un libro per ragazzi, e nella frazione non c’era nemmeno un centro sportivo o un parco giochi. La nostra frazione era, e ancora oggi è, in aperta campagna… piatta come un biliardo, interrotta sui confini dei campi da filari di gelsi e da pioppi frangivento.
Durante l’inverno era fredda, nebbiosa e a volte ricoperta da abbondanti nevicate. Solo in primavera la temperatura ritornava mite, ma l’estate era calda e afosa al punto giusto per sudare, specialmente durante i giochi con i miei amici. E c’era una cosa che univa noi ragazzi: giocare al calcio, o meglio, come noi comunemente dicevamo, giocare al “pallone”.
Ragazzi dai sette ai dodici anni, con un unico obiettivo in comune: dare calci a un pallone. Il trovarci per palleggiare aveva il potere di unirci in un gioco collettivo con un denominatore comune: “l’amicizia” e il “rispetto” altrui.
Certo, per giocare al pallone è necessaria una discreta superficie, e per questo si doveva attendere un evento che ogni anno si ripeteva: la mietitura del grano. Qualcuno può pensare, cosa c’entri la mietitura con il gioco del calcio. C’entra, eccome se c’entra. Puntuale, a fine giugno, faceva avverare il nostro desiderio di avere spazi di gioco.
Insieme ai miei amici, guardavo nel campo dietro la mia abitazione l’avanzare della mietitrebbia. La macchina si muoveva lenta in una nuvola di polvere, lasciando nell’aria un profumo di grano tagliato che si levava immediatamente dallo strato di paglia lasciata a terra. Poi l’imballaggio e il trasporto sotto i portici delle cascine delle “balle di paglia”.
Che bel regalo ci veniva fatto dal contadino. Ora lo spazio c’era. Io e i miei amici, senza pensarci un attimo, davamo inizio all’allestimento del campo di gioco. Era giunta l’ora di realizzare il nostro stadio. Uno stadio… uno “stadio senz’erba ma di sola paglia”.
Prima di pensare al calcio, mia madre mi faceva ritornare alla realtà, ricordandomi che per ufficializzare le vacanze si doveva ottemperare a due obblighi importanti: andare in paese a Frugarolo da Ines in cartoleria per acquistare il “Libro dei compiti per le vacanze” e poi, combinando il tutto in una mattinata, passare nel magazzino di Renzo Potric per acquistare le scarpe “Superga”.
Fantastiche scarpe da usare per l’estate. Suola e punta in gomma bianca e tomaia in tela blu bordata di bianco, come le stringhe. Io ero contento quando indossavo le Superga.
Finalmente potevo scatenarmi in qualsiasi modalità di gioco, soprattutto pronto per dare calci al pallone. Le Superga io le sfruttavo a fondo, erano molto resistenti, ma a volte mia madre era costretta a passare da Renzo un’altra volta per comprarne un altro paio, perché, come si dice in
gergo, le “frustavo” (ma in realtà, oltre all’usura, si cresceva oltre che in altezza anche nella misura dei piedi).
Con quelle scarpe ai piedi, noi ragazzi potevamo iniziare la creazione delle strutture necessarie per giocare al pallone.
Prima di tutto era necessario trovare quattro pali di legno abbastanza diritti per delimitare le porte. Non sempre erano dritti, ma si cercava di posizionarli in modo da accompagnare l’occhio per la loro verticalità. La fase successiva prevedeva la misura in larghezza.
La misura era calcolata in “piedi”. Non intendo la misura anglosassone, bensì porre un piede davanti all’altro partendo da un palo già conficcato, decidendo ad occhio quando era sufficiente fermare chi si era offerto nel delicato compito di agrimensore.
Nota importante: il medesimo amico doveva rimisurare l’altra porta, perché se era un altro ad effettuare quel compito, la dimensione del piede non era uguale e la porta poteva risultare più stretta o più larga. Su questa questione eravamo inflessibili: in fin dei conti nessuna squadra doveva avere vantaggi o svantaggi.
La traversa della porta era costituita da uno spago che veniva usato per la legatura della paglia delle imballatrici. I miei compagni di gioco reperivano la fune dove abitavano, nelle cascine, prendendo gli avanzi delle matasse per la legatura e spesso si doveva eseguire un nodo di giunzione per collegare un palo all’altro estremo.
Sebbene tutto sembrasse essere pronto, immancabilmente la traversa cedeva al centro e non era più tesa. Per rimediare, si conficcavano ai lati dei pali per creare due tiranti laterali. Ora erano porte perfette. In pratica di fronte si vedeva un rettangolo con ai lati due triangoli, formando un trapezio all’incirca isoscele.
Noi ragazzi, in quei momenti, mettevamo in pratica quello che avevamo studiato a scuola. La geometria imparata a scuola la si applicava sul campo: geometria e fisica si mescolavano nella costruzione di una porta da calcio. L’ultima finezza era rappresentata dal delineamento del campo per le linee laterali e di fondo.
Io prendevo dal fornetto esterno di casa, che usava mia nonna per la bollitura della salsa di pomodoro, un secchiello di cenere e segnavo gli angoli e qualche traccia sui lati per dare una parvenza di dimensionamento.
Ora, per dare sfogo al nostro passatempo preferito, mancava solo “Lui”: il pallone. Mio padre capiva che lo strumento principe era un mio desiderio profondo e, quando tornava a casa alla sera dal lavoro, mi sorprendeva… Scendendo dalla vettura mi lanciava il “Super Tele”.
Il pallone “Super Tele” aveva la caratteristica di avere un prezzo giusto, era bello, colorato, e quando lo si calciava non sempre andava dritto. Segnava traiettorie a caso a causa della sua leggerezza e imponeva al portiere di mettere in atto la sua destrezza.
Al pomeriggio, intorno alle 15, iniziavo a palleggiare per conto mio, con calci di volata verso l’alto, sempre più forti e sempre più in alto. Avevo la sensazione di cercare di raggiungere il cielo, ma era anche un segnale per i miei amici. Come nella giungla il Tam–Tam fa da richiamo, il “Super Tele” colorato veniva avvistato e i miei compagni di gioco non tardavano ad arrivare.
Le stoppie del grano tagliato, in poco tempo, venivano spianate dal nostro calpestio, ma prima di cedere lasciavano qualche segno sulle nostre caviglie. Il gioco del pallone continuava sempre, ogni giorno. Continuava fino al tardo pomeriggio e spesso dopo il gioco c’era un riposo generale, sotto il gelso vicino a casa mia. Il gelso era una sorta di spogliatoio e di quel momento ricordo il levarsi della brezza estiva, quando la temperatura calda del pomeriggio si raffrescava e donava una sensazione di piacere e di sollievo.
Altro rito della sera: al rientro a casa, mia nonna mi invitava a lavarmi prima di entrare in casa. Era solita preparare un mastello d’acqua che posizionava contro il muro di mezzogiorno, recuperando il calore del sole pomeridiano che scaldava l’acqua a cui io attingevo con un catino per ripulirmi.
Queste poche righe, purtroppo, non hanno il potere di trasmettere le emozioni che ho provato e che provo nel ricordarle in questo scritto. Oggi, quando transito nella frazione di Mandrino, davanti alla casa che abitavo, non vedo e non sento più i ragazzi a giocare al pallone. Rimane solo l’eco del mio ricordo, dove vive ancora “Lo Stadio di Paglia”.
Per concludere, non mi resta che citare due cose importanti: la prima è quella di ringraziare Dio che mi ha permesso di vivere questi momenti e di ricordarli con tanta intensità, quasi commovente. Chiedo il suo perdono se qualche volta, nell’impeto del gioco, è stato chiamato in causa in modo poco ortodosso… però mi sorge il sospetto che anche Lui abbia giocato con noi… quel pallone che a volte non entrava in porta e deviava improvvisamente… chissà.
L’altra cosa importante è quella di salutare tutti i miei amici del pallone, che tanto mi hanno dato con la loro compagnia. Il calore di quelle estati mi scalda ancora il cuore. Grazie a Claudio, Silvano e Bruno Sperandio, Orazio e Gianni Barbazza, Gianni Bisagni, Carlo e Domenico Franzolin, Luigi Gatti, Ilario Mura, i Fratelli Brunello, Roberto e Giorgio Demicheli miei cugini e anche a quelli che, per non ricordo, non ho citato.
Vilmo Giuseppe Bovone –– 12 aprile 2025

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Era il 1978… Quell’estate avevamo deciso di provare a mettere dischi, a diffondere musica non più solo per noi a casa o in giro con mangianastri vari, ma anche esternamente per un pubblico vero. L’estate era un periodo favorevole: la festa del paese, varie occasioni e manifestazioni in cui ci si poteva inserire e fare finalmente qualcosa di più concreto, che ci avrebbe portato poi a una svolta decisiva.
Fu così che ci inventammo una sorta di discoteca all’aperto.
L’impianto era il mio: i due piatti Technics e Lenco, l’amplificatore NAD e le casse JBL, mixer Outline, microfono Primo, registratore Akai che poteva servire in caso di imprevisti, guasto o calamità, per sopperire con una cassetta registrata ad hoc. Impianto casalingo, uso domestico, non certo adatto a quel luogo. Però, devo dire che sorprendentemente ha fatto il suo lavoro in maniera egregia, senza mai un cedimento.
Il posto era il mitico dancing Rondinella, messo a disposizione dai proprietari che avevano addirittura cambiato il giorno di chiusura per venirci incontro. Infatti, noi preferivamo fare la serata il giovedì, giorno più adatto perché non era weekend troppo rischioso, in quanto tutti sarebbero andati nei locali ufficiali, quelli seri e non era inizio settimana.
E in effetti si è poi rivelata una scelta vincente.
L’esperienza è andata avanti un paio di mesi, luglio e agosto mi sembra… Eravamo anche andati alla SIAE per fare le cose in regola e non causare eventuali problemi al locale e a noi. Non ce n’era proprio bisogno.
A quel punto bisognava scegliere un nome e fare un po’ di pubblicità all’evento.
Abbiamo recuperato, non so come, dei manifesti di un gruppo di liscio che si era esibito in precedenza a Frugarolo. Il manifesto era nero, con disegnata una luna bianca e stelle varie sparse… Ok, trovato il nome: La Luna. Nello spazio bianco in fondo abbiamo scritto il giorno e l’ora, tipo “Tutti i giovedì dalle 22″… e vai così!
Questa operazione, mi ricordo, è stata fatta a casa mia, per terra, in terrazzo, da me e Lorenza, che, armata di pennarello nero, ha scritto il nome La Luna e le informazioni nello spazio dedicato.
I manifesti recuperati non erano molti… cinque o sei, non di più. Abbiamo così provveduto all’affissione in paese nei punti strategici, ma, non contenti, abbiamo deciso di diffondere un messaggio più diretto. Tramite altoparlante, applicato sopra la Bianchina di Claudio, abbiamo girato il paese e le frazioni pubblicizzando l’evento in maniera più diretta e personalizzata.
Infatti, passando vicino a qualcuno gli si diceva:
“Ehi tu, stasera vieni a Frugarolo da Rondinella… Discoteca La Luna! Ottima musica, divertimento e prezzo modico… capitooo?”
Insomma, uno spasso! Girare su quel macchinino che già di suo era piccolissimo con Claudio al volante, io che reggevo l’altoparlante in modo che non si perdesse per strada e Artemio e Charlie che, sporgendosi dalla capote aperta, parlavano e facevano pubblicità. Che risate!
Iniziammo così questa serie di serate musicali… quattro, cinque, sei, forse sette… più probabile tre, non ricordo, con grande entusiasmo e buon afflusso di pubblico.
Abbiamo proposto anche pezzi in anteprima. Ricordo benissimo l’inizio tambureggiante di Jamming, il fascino ipnotico di Neon Lights, la ruvidezza di Glad to See You Goodbye. Non erano
proprio pezzi da discoteca, ma lì c’erano già le proposte alternative, contaminazioni e ritmi che si sposavano bene con il resto dei pezzi. E la gente ballava ed apprezzava.
Ricordo poi una serata in particolare… la serata più riuscita, con grande partecipazione di gente e noi a ranghi completi: Lorenza e la sua amica Nadia alla cassa, Sandro da Domodossola (amico di Ennio in visita a Frugarolo) in veste di buttafuori e tutore dell’ordine, Charlie e Ennio DJ… con alternanza anche mia e di Artemio. Ma noi due più che altro controllavamo la situazione e le incursioni irriverenti dei vocalist Alberto e Celeste, più amici vari in supporto. Insomma, una squadra davvero affiatata!
Comunque, diffusione musicale ottima, sia per la qualità dei dischi che del suono. Il locale era fatto apposta per la musica, quindi acustica perfetta. E anche l’impiantino domestico funzionava egregiamente… bello!
Sempre quell’anno, un po’ prima o durante l’esperienza della Luna, ci siamo messi anche in piazza S. Anna, davanti alla chiesa, quando la piazza era ancora piazza. Sfruttando il palco sulla scalinata che dava le spalle ai monumenti dei caduti e ai pini, forse in occasione della festa patronale di S. Felice.
Insomma, musica mixata, più che altro disco… ma anche rock. Ad esempio, tra gli altri, pezzi degli Stones. Menzione particolare ai brani Shattered e Beast of Burden, nell’esecuzione speciale ed esclusiva live di Mick “Pino” Jagger in persona, rigorosamente a petto nudo! Intratteneva il pubblico da vera rockstar… un tripudio! Grandee!
Finite queste serate estive, c’era la possibilità di continuare l’avventura disco anche nella stagione invernale nel locale sopra il bar della stazione… ma la nostra intenzione non era quella.
Quindi, stop discoteca e decisione concreta di seguire un’altra strada.
Un impegno davvero grande, forse troppo per noi. Abbiamo deciso comunque di provare almeno a informarci, di fare i passi necessari e poi decidere se procedere o lasciar perdere. Ci siamo lanciati nell’impresa, con non poche difficoltà, ma siamo riusciti a iniziare e costruire qualcosa di importante per noi.
Realizzare un sogno.
Tassello dopo tassello, il puzzle si è formato. Non avevamo tutti i pezzi, quelli mancanti ce li siamo inventati, finché la fantasia ci ha sostenuto. Le esperienze passate sono servite, e così è iniziata la storia di Radio Music…
Ma un tassello, l’ultimo, non l’abbiamo mai trovato. Sigh.

I luoghi dove l’espressione del nostro essere ha potuto manifestarsi sono diversi.
La radio, Radio Music in via S. Pio V°, possiamo considerarla il punto più alto, l’ultimo atto?
Beh, speriamo di no, magari qualcos’altro succederà.
Il viaggio parte da casa mia con la Tinca, un embrione di programma fatto giù in salotto, ascolto di brani e carrellata di personaggi inventati e fatti da noi, il tutto registrato con il mitico Castelli di Art o con il mio Sanyo, poi il primo programma dalla mia camera, senza nome (il programma…).
Lì c’era già un simil impianto con mixer e microfono, piatti e rec, tutto materiale poi trasferito alla radio per l’inizio dell’avventura.
In precedenza, il mangiadischi e il mangiacassette hanno aiutato la diffusione musicale; in seguito è arrivato l’impianto stereo serio, andato purtroppo in paradiso, e poi un nuovo impianto ancora oggi presente per cercare di non perdere il filo, il contatto.
Lo Zerbo con l’albero del pensiero, la piazzetta, le panchine in piazza S. Anna, l’Acli, il club dei Vampiri, il club estivo, il Pontino fonte di interviste mitologiche, sono parte dei luoghi per noi quasi magici.
Ce ne accorgiamo specialmente oggi, ripensando ad allora, al gruppo, agli amici, alcuni dei quali ormai non ci sono più.
Di recente se n’è andato Ennio, con il suo ultimo numero del Ghezzi Show… la sparizione ha toccato in modo particolare noi ex della radio, delle scorribande giovanili, delle mille situazioni divertenti, assurde, indimenticabili; abbiamo accusato in modo pesante il colpo, devastante, senza capire fino in fondo dov’è il trucco… riapparirà?
I ricordi galoppano, si fanno largo nel torpore quotidiano, danno una scossa benefica che aiuta a non abbandonarsi all’avanzata del nulla.
Nel film c’era la principessa che, grazie ad Atreyu, riusciva a sfangarla; qui non ci sono principesse, cani volanti, ci dobbiamo pensare noi.
A dire il vero, Ennio nei panni della principessa Infanta c’era già stato, con quel suo “completino tutto bianco”, un suo slogan, un suo marchio di fabbrica; non avrebbe sfigurato affatto, ma anche come cane volante, sì, il Fortunadrago o come cavolo si chiamava… va beh, quello, poteva dire la sua, anzi era anche questo un suo personaggio della Tinca, il cane che fumava sostanze e pensava di essere un uccello, un canguro, una lucertola a seconda del dosaggio.
Oh, sta a vedere che sti tedeschi ci han copiato i personaggi! Di che anno è il film? Controllo…
1984, noi il cane che vola l’abbiamo fatto 10 anni prima, e pure la principessa alcolizzata vestita di bianco, ahi ahi ahi, e comunque si chiamava Falcor (non il nostro, quello del film).
In fin dei conti è già tanto che ci mandi fluidi positivi, buone vibrazioni (Ennio… ma anche Falcor che poi son la stessa cosa) degne delle sue lagne musicali che ci obbligava a sentire, saltando continuamente da un brano all’altro, senza neanche darci il tempo di ascoltarle davvero, ma di assoluta superqualità, ispiratore per tutti.
Uscendo di casa, andavo verso la chiesa lì dietro a pochi passi, quella del funerale funesto e deleterio (vedi capitolo apposito); venti secondi e trovavo gli altri sullo Zerbo intenti in discussioni, ascolti, sbeffeggiamenti vari.
Il mio contributo era dato dal mangiacassette Philips verde e bianco; si ascoltavano il Banco, gli Yes, ELP, gli Osanna, i Jethro Tull.
A volte anche Claudio portava il suo mangia (non ricordo se dischi o cassette), giallo; si creava un doppio ascolto e, mentre lui suonava le tastiere a mo’ di Wakeman o, a seconda delle esigenze, il piano di Gianni Nocenzi, con tanto di movimento all’indietro della testa per scostarsi i fluenti capelli dal volto, dall’altra parte c’era l’Uomo degli Osanna con il flauto di Elio D’Anna: un mix di sicuro effetto.
Qualcuno poi saliva e guadagnava le posizioni migliori, più ambite.
Punto privilegiato di osservazione, d’ascolto, guardavi e non eri visto, controllo del territorio, gesto atletico, aria pulita.
Una certa fatica per salire bisognava mettere i piedi nei posti giusti, solo questione di abitudine; capitava a volte di essere in parecchi lassù, posti esauriti.
Si discuteva… scrutavamo, sembrava di essere sul tetto del mondo e forse c’eravamo davvero.
Si pensava a cose che sarebbero accadute… principalmente quello; si poteva anche non parlare, stare in silenzio, si sentiva comunque il rumore delle meningi al lavoro, continuo, incessante, ma non era solo il vento tra i rami, tra le foglie!
Quel rumore, quel silenzio, quella musica, quei discorsi, avevano un effetto medicamentoso per tutti coloro che erano lì in cima, una specie di relax terapeutico, forse anche psicotera.
Quando il tempo era scaduto si scendeva e, rigenerati, si guadagnava la via di casa; si proseguiva il vivere di tutti i giorni in attesa di una nuova ricarica.
Oggi non c’è più, perlomeno non lui; lui era unico… ci faceva salire, ci faceva viaggiare, senza biglietto, gratis, un giro in giro senza inquinamento, senza carburante… noi eravamo la benzina, lui il mezzo di trasporto, o forse era tutti e due lui, dallo Zerbo all’infinito, lui era l’albero del pensiero.
La musica prendeva sempre il posto predominante nella nostra giornata.
Esco di casa e vado dalla parte opposta, non 20 secondi ma un minuto; arrivo e la panchina è già affollata.
Piazza S. Anna, A112 blu targata SV, portiere aperte, musica alta, il mangiacassette ci propone brani corredati da commenti, consigli… “senti questa”, “ah, questa è fortissima!”.
Di nuovo lui, Ennio, ci faceva ascoltare Guccini, Cocciante, Venditti, gli Inti–Illimani!!!
El pueblo unido, Alturas, ma in particolare La Fiesta de san Benito… bellissima, ma dopo un po’… tortura!!
Il periodo del blues, del country, dei cantautori americani era in arrivo lì dietro l’angolo.
Poi c’era Piero Aprile col suo mangiacassette a disposizione di tutti; portavi un nastro e te lo faceva sentire, al servizio del pubblico, avanti da sempre, attimi preziosi.
Da lì si partiva poi per destinazioni sconosciute… ancora oggi segrete, certe raggiunte, certe manco esistevano, altre forse sì: deserto, desolazione, bei momenti.
Se invece da casa attraversavo la piazzetta, potevo arrivare comodamente in vicolo S. Bartolomeo n. 2, proprio lì davanti, dove a dispetto del Santo si celava un club, anzi due: il club degli Imbeccabili ma soprattutto il club dei Vampiri.
La scritta all’ingresso non lasciava dubbi: “Si entra verticali e si esce orizzontali”, entrando la sala accoglienza, poi bisognava fare la scala, nella stanza superiore si facevano i riti di iniziazione per i nuovi adepti e le varie attività del gruppo.
In particolare, i collegamenti con Satana grazie a un linguaggio segreto fatto di numeri corrispondenti a frasi, concetti, indicazioni che il maligno ci dava e che noi dovevamo eseguire.
6 — 12 — 37 — 44……….6 — 12 — 9 — 7 — 122…e via così.
Il significato:
eh, iscrivetevi e poi ne parliamo.
Per iscriversi bisognava superare il test d’ingresso; solo pochi eletti potevano farlo.
Il gruppo di base non era numeroso e trovare elementi validi era davvero un’impresa.
Il tutto si svolgeva più o meno così…
Il malcapitato entrava nella stanza di sotto e, una volta bendato, doveva salire la scala, e già quella era una prima indicazione: se cadeva e rotolava giù, niente da fare!!
Qualora fosse riuscito nell’impresa della salita, al piano superiore l’aspettava il test della tenda.
Entrava nella tenda, una tenda indiana, una di quelle che si vincevano con i formaggini; loro, gli indiani, di spiriti son pratici; lì doveva rispondere ad una serie di domande e, se sbagliava, per ogni errore riceveva una sonora fustigata, data con una di quelle mazze di plastica che si usano a carnevale, attutita dalla tenda stessa, niente di cruento… solo scherzi, come tutto il resto, stavamo solo facendo satira politica.
All’interno la stanza era decorata da vari tipi di teschi, disegnati apposta sulle pareti da noi su suggerimento suo, sì, suo di lui, avete capito.
C’era il teschio pirata… il teschio che ride, quello col berretto da notte, quello del gemello stupito; anche da lì deriva il marchio di produzione “Amazed twin”… e tanti altri (teschi).
Se il malcapitato superava la prova (ma a volte anche se non la superava), riceveva come segno di appartenenza una pergamena con il decalogo del buon Vampiro che gli avremmo poi spedito e l’anello con teschio simbolo degli Imbeccabili… ma di tutti e due, una sorta di distintivo che faceva capire agli altri con chi si aveva a che fare… urcas…!!
Si sa, d’estate si tende a cercare il fresco, il refrigerio, per cui esisteva anche il club estivo che era generico: vampiri, imbeccabili, beccabili… un po’ di tutto, aperto per ferie.
In mezzo alla campagna, raggiungibile comodamente in bici, ci ospitava nelle escursioni verso Mandrino dal Re o a Molinetto al campo da cross; era a metà strada e, o all’andata o al ritorno… ci fermavamo… riposavamo… bevevamo… mangiavamo… e poi ripartivamo… (Courtesy by the wolf man, l’accento… speriamo bene!!)
Io, Art, Ennio, Valter, Claudio, Massimo, Charlie, Daniela, Lorenza, Piero Romano il romano, il Piero non romano e ancora altri, in bici, in motorino, a piedi… in giro su quelle strade.
Vicino al club invernale… lì subito dopo si arrivava al Pontino, dove si son fatte registrazioni storiche col Sony Walkman portatile, intervistatori curiosi e fantasiosi, intervistati disponibili ma non poi così tanto… in particolare lui, il nostro Guru… ispiratore… modello, Andrea!
Oltre Sant’Anna, davvero vicinissimo, c’era l’Acli, rifugio pomeridiano e serale, estivo e invernale.
Il ping pong al piano superiore con partite, tornei, divertimento; il bar sotto, Bocchio e le sue granite rustiche, il suo bel modo di fare allegro e tollerante; la saletta TV dove si guardava tra l’altro l’Altra Domenica; i vari gestori succedutisi negli anni; i toast notturni; i cuba… i gelati consumati sotto il glicine; Venditti e la foto con Provera, ma meglio viceversa; partite al calcetto; il cinema ad un passo, ma per questo, così come per Rondinella, un capitolo a parte.
La piazzetta era casa, è casa, un niente e sei lì seduto sul monumento, raduno di perditempo… ad una certa ora gli altri a studiare e noi in giro; si andava sull’alto della chiesa al tramonto, la vista dei prati verso il cimitero… le montagne lontane sullo sfondo… il Monterosa, il Monviso, la Tour Eiffel, i Pirenei; in particolare io e Art, i più randagi, i più svogliati, discorsi e musica, spola tra casa mia e lì sotto e là sopra, tutto vicino, posti unici, paese, non città ma non importa, avevamo tutto a portata di mano, nessuna differenza, noi eravamo la differenza e, insieme ad Ennio e al Charlie e Company, l’abbiamo fatta in varie occasioni, in varie situazioni; i ricordi sono ancora qui, dentro di noi.
I Fratelli non sono solo quelli di sangue, noi siamo fratelli… Ennio è nostro fratello; ti possono separare distanze, tempo, dipartite, ma il legame resta, forte, costante, e le note di Radio Music han fatto da ulteriore collante, sono ancora nell’aria, continuano la loro missione, rimanete sintonizzati.
A presto!

Artemio, Charlie, Emilio, Ennio. Quattro ragazzini uniti da una passione comune: la musica.
Negli anni ’70 non era facile, in particolare abitando in un paesino di provincia, quella di Alessandria, che già di per sé non era una grande metropoli. Fare cose inconsuete e seguire le proprie passioni ti metteva di fronte a difficoltà, muri, gente apparentemente ostile, mentalità chiuse, scardinate dalla nostra voglia di intraprendere strade alternative… o almeno provarci. Anche perché ai sogni non interessa granché degli ostacoli: loro vanno per la loro strada e, se ci sei, bene. Se no, ti lasciano lì e ti salutano… ciao!
Al di là del perimetro cittadino, nel nostro territorio desolato, si presentavano insidie che a quei tempi sembravano più grandi di quello che erano in realtà, ma noi non lo sapevamo. Ci ha spinto l’incoscienza, la voglia di sperimentare e improvvisare, di vedere cosa c’era oltre.
Tutto è partito già qualche anno prima da casa mia, da camera mia: punto di incontro, punto di partenza, rampa di lancio. Lì ascoltavamo dischi, leggevamo riviste come Ciao 2001 che era un po’ la nostra bibbia e registravamo musica su cassette, pronti a diffondere e spedire note e parole in giro per le strade, per l’etere, con autoradio e mangianastri. Le ascoltavamo poi in piazzetta, sullo Zerbo, in piazza S. Anna e ovunque ce ne fosse bisogno, grazie a noi, messaggeri alati,
portatori di impulsi su nastri magnetici riregistrabili, pronti a soddisfare richieste e proporre novità in cambio della voglia di condividere.
Una gimcana di emozioni che ci ha portato a proporre dischi in piazza durante l’estate e poi nel mitico spazio Dancing Rondinella, da sempre teatro di musica dal vivo, molte volte di alto livello, anche se completamente diversa dalla nostra. Lì abbiamo fatto esperienza e concluso, forse indegnamente, il ciclo di quel magico luogo.
In autunno abbiamo fatto un passo in avanti, il passo successivo: quello che ci ha permesso di realizzare un desiderio, un destino, un’onda che ci aveva conquistato. Una cosa che in quegli anni si stava concretizzando in tantissimi paesi e città italiane e che ha cambiato radicalmente sia il modo di fare e proporre musica, sia noi stessi.
Siamo partiti con poco: il mio impianto, dischi e cassette di proprietà dei vari partecipanti a questa follia, un’antenna e un trasmettitore presi oltre confine, in città… e via! Abbiamo iniziato un’esperienza che, ad oggi, è rimasta l’unica del suo genere nel nostro paese.
Certo, allora era tutto ancora in divenire, forse più semplice rispetto ad oggi: non c’erano regole precise da rispettare, né leggi che indicassero come comportarsi. Era una sorta di giungla che stava crescendo velocemente: disordinata, confusa, dove bastava un po’ di incosciente coraggio, voglia di divertirsi e poco rispetto delle regole o degli adempimenti vari per tentare, per fare quel salto.
Ricordo il primo giorno: Charlie in studio a muovere i primi passi, io e Piero Aprile in giro in bici per il paese con la radiolina accesa, così come Artemio in Vespa dalla parte opposta, per verificare il segnale. Sì, si sente, funziona!
Un’emozione grande! C’eravamo riusciti, anche se era ancora tutto da organizzare e da stabilire. Ma grazie anche a Piero Romano, Claudio, Giulio, Ettore, Mauro, Brunetta, Daniela, Lorenza, Delia, Patrizia e poi altri che si sono aggiunti strada facendo, ci siamo riusciti. Qualche amico anche da Bosco… Mauro, Giancarlo; da Novi… Marco, Paolo, Luigi, Roberto; da Alessandria… Alberto, Celeste, Lucio; da Domodossola… Luigi, Sandro, e sicuramente altri che ora dimentico (scusatemi!). E tutto sotto l’insostituibile supervisione tecnica dei Brunos Brothers!
Incredibile. Per circa due anni abbiamo fatto musica per la gente, per noi. Abbiamo trasmesso un po’ di tutto: dal rock al blues, dal country al progressive, cantautori, folk, jazz, la disco, anche il liscio, cercando di accontentare un po’ tutti. Abbiamo fatto anche un quiz il lunedì sera, il Super Quiz, e addirittura una lotteria raccatta–fondi!
Inoltre, dediche, richieste, tantissime ospitate, jingle, sigle di programmi, pubblicità, tutto fatto in casa grazie alla Bazzocudda & Amazed Twins Production. Vari tipi di programmi, anche comici –– beh, in fondo lo erano un po’ tutti! Artigianalità, improvvisazione, demenzialità: armi vincenti. Solo grazie a questi fattori siamo riusciti, anche se per breve tempo, nell’impresa!
All’interno del minuscolo spazio che avevamo a disposizione, oltre allo studio di trasmissione (che col tempo avevamo abbastanza ben attrezzato), c’era anche una micro–stanzetta con un tavolo rotondo, unico vero testimone di tutto quello che è accaduto lì dentro. Custode di segreti e fatti dimenticati, attorno a quel tavolo ci siamo seduti per riunioni, discussioni, risate, mangiate, qualche litigio (ahimè), ma per lo più bei momenti. Ad ascoltare la musica di chi era in onda, guardando le note e le parole che fuoriuscivano dall’antenna –– che erano, in fondo, le stesse di camera mia –– viaggiare veloci, disperdendosi nell’aria, nella notte, tra le stelle. In giro per il mondo, anche se il nostro raggio d’ascolto era davvero limitato.
Noi, cavalieri del Tavolo Rotondo, eravamo testimoni di un fatto eccezionale. Complici e artefici, in quella stanza magica, al riparo dalla pioggia dell’assuefazione e del nulla, che rischiava altrimenti di pervaderci e annientarci.
Dopo due anni, anche per rispettare i detti popolari e fare in modo di non irritare dèi o demoni vari, abbiamo detto stop: “Un bel gioco dura poco”. E così è stato, purtroppo.
Oggi, a distanza di tantissimo tempo, rimane un ricordo indelebile. Il rimpianto, il dubbio di come sarebbe stato se non avessimo mollato, se avessimo tenuto duro. Chissà.
Oggi qualcuno non c’è più, qualcuno è stato travolto da quel famoso nulla, altri si sono persi di vista, ognuno per la sua strada. È rimasto ben poco: pochissime foto, un paio di cassette registrate con jingle e sigle, il cartello –– quello che campeggiava sulla porta di ingresso. Nostalgie, rimorsi, belle sensazioni.
Chissà se qualcun altro ripeterà questa esperienza. Sarebbe bello, emozionante, sarebbe giusto.
Questa è la versione breve della storia. Ce n’è anche una lunga, in vari episodi, con molti più dettagli e aneddoti. Un insieme di racconti in gran parte veri, altri inventati o meglio… sognati. Con la partecipazione di incubi e deviazioni oniriche. Un bel mix degno del nostro più famoso e talentuoso DJ, Charlie “sdfmid” Lombardi.
Ma in fin dei conti, qualunque sia il contenuto, il risultato finale non cambia. L’intento è sempre quello: allungare il brodino!
Radio Music FM 100.200 Via S. Pio V° n.5 Tel 75178 Frugarolo — AL
Ora in onda, ora per voi!?
Buon ascolto… Stop!

Trascorsi la giovinezza in pianura nella casa che fu costruita sul terreno acquistato dai frati domenicani del Convento di Santa Croce a Bosco Marengo.
L’edificio sorge su un piccolo poggio e domina l’orto, la vigna ed il giardino che a primavera diventava un’esplosione di ranuncoli, viole e narcisi e poi, d’estate, offriva generosi cespugli di ortensie rosa e azzurre.
La parte colonica ospitava attrezzi agricoli ed alcuni animali che servivano per i lavori della campagna. Era molto bello osservare la trasformazione della natura nelle diverse stagioni: ascoltare i silenzi dell’inverno e a marzo respirare i profumi intensi dei fiori degli alberi da frutto e dei lillà.
Tutti gli anni, all’avvicinarsi del Natale, si rinnovava una consuetudine a me particolarmente cara: l’albero di Natale. Il nostro vicino di casa, Vincenzo, un uomo già anziano e con la saggezza contadina di generazioni, mi accompagnava alla cascina Belvedere, dove il padrone, un suo amico di nome Giuseppe, mi attendeva puntuale, dopo l’Immacolata, e per me tagliava sul momento un piccolo ramo d’abete; io apprezzavo con gioia quel privilegio che mi era riservato.
Percorrevamo una strada lunga e diritta, fiancheggiata dai campi che ricordo bianchi di neve. I nostri passi, a tratti incerti, risuonavano con rumore secco e ritmico sul terreno gelato. Il freddo era pungente e la mia figura minuta scompariva negli indumenti di lana dai colori vivaci, mentre Vincenzo si avvolgeva in una mantella di panno grigioverde come il cappello, indumenti ormai scomparsi dalla vita di tutti i giorni.
A casa mia il presepe era un rito di mio fratello: lo allestiva con cura nel sottoscala, su un tavolo grande. Era studiato in ogni particolare: le statue e le pecorine di gesso sembravano animarsi sotto le luci nascoste dietro la carta stellata del cielo, le montagne erano costruite con pezzi di legna da ardere, tutte ricoperte di muschio fresco; un lieve odore di muffa per qualche giorno si diffondeva fino alle stanze del piano superiore. In un angolo dell’ampia cucina, vicino al vecchio camino
spento, io preparavo l’albero di Natale, lo addobbavo con palline di vetro lucido multicolore e di cioccolato, comprate con i miei risparmi di bimba. Appendevo ai rami piccole scatole vuote confezionate con le carte riciclate dei regali dell’anno precedente ed infine vi avvolgevo un filo d’argento con le luci intermittenti.
La preparazione al Natale si avvertiva nei toni della casa, nell’atmosfera festosa degli addobbi in paese e nella novena pomeridiana, a cui partecipavo con i miei compagni di scuola. Alla messa della Notte Santa invece non andavo perché la chiesa parrocchiale era troppo lontana; il buio e la neve, allora sempre abbondante, rendevano più fredda la notte.
Il giorno di Natale si consumava un pranzo ricco sulla tovaglia di fiandra lavorata a dama, usata nelle grandi occasioni. Certi sapori e profumi sono tuttora legati a quella tradizione: l’insalata russa, gli agnolotti preparati in casa, lo stufato di bue, la mostarda di Cremona ed i mandarini che si compravano poche volte durante l’inverno. Negli altri giorni si consumavano le mele e le pere del nostro podere, conservate al fresco sulle stuoie. I doni erano cose semplici: un giocattolo di pezza, una sciarpa e un berretto di lana lavorati a mano dalla mamma durante l’Avvento, un cestino di dolci e poche lire regalate dai parenti stretti.
Poi gli studi ed il lavoro mi hanno portata vivere a Torino, lontana dal paese, ma nel cuore sono rimaste vive quelle immagini, anche se un po’ scolorite dal naturale trascorrere della vita.
Negli anni passati, quando a dicembre scambiavo gli auguri per le festività con i ragazzi della scuola, accennavo a quei ricordi e mi accorgevo che, se pur nella diversità delle situazioni, i giovani partecipavano a quella emozione quasi assorti nella magia di un mondo sereno e neppure così lontano. Certo, per quei fanciulli, tutto era più semplice ed immediato: il cibo, i giochi, i regali, ma soprattutto la diversa disponibilità di denaro per gli acquisti, almeno a Natale. I valori della famiglia e degli affetti però rimanevano sempre quelli: solidi come le radici degli abeti che, vestiti a festa, diventavano maestosi e solenni.
Alcuni di quei ragazzi, ormai uomini e donne, e molti già genitori, ancor oggi mi mandano un augurio, un saluto, ma con strumenti nuovi: SMS, e–mail… certo non ho insegnato io l’uso di quelle tecniche di comunicazione, ma i valori che esse trasmettono forse sì… ed hanno attecchito e germogliato. E’ bello e commovente…
Sono questi, per me, i regali di oggi: silenziosi e invisibili, ma profondi.
A dicembre, come tutti gli anni, Natale ritorna con la tovaglia bianca di fiandra a dama sulla tavola della festa: gli affetti sono quelli di allora, con qualcuno in più, ma alcune persone mancano…
Il ricordo e la magia di quei giorni di tenerezza sono rimasti nei miei pensieri e diventano una fiaba attuale con il finale ormai concluso, che custodisco con dolcezza. Anche durante la festa mi accompagna un’ombra di tristezza e, mentre percepisco il vuoto degli assenti, intravedo nelle luci dell’albero e del piccolo presepe il sorriso benevolo dei miei genitori che sembrano rassicurarmi ed accompagnarmi fino al prossimo Natale.

Da un racconto della nonna Marianina

La casa sorgeva a poche centinaia di metri dalla strada provinciale nascosta da un fitto boschetto di acacie. D’inverno, quei rami nudi e scheletrici parevano mani protese nel vuoto, come a implorare qualcosa nel silenzio, mentre in primavera si coprivano di foglie leggere e tremolanti, che al soffio del vento sembravano sussurrare storie antiche.
Da tempo, attorno a quel luogo aleggiavano racconti di spiriti e presenze. La casa, per anni disabitata, era avvolta da un’aura di mistero finché una donna vi si stabilì con la sua numerosa prole. Alla grande cascina non c’era più posto per lei e i suoi sette figli, quasi tutti ancora bambini. Il
marito e il primogenito erano partiti per la guerra, e così quella piccola trunera, con le sue spesse mura di terra cruda e il tetto basso, divenne la loro casa.
La vita scorreva dura. C’era una grande cucina, dove una piccola finestra aperta sul bosco lasciava entrare la luce solo per poche ore al giorno. Di fianco, una porta sgangherata conduceva alla stalla. Una scala esterna saliva fino al fienile e alla stanza da letto, dove la famiglia si stringeva ogni notte sotto le coperte povere, ascoltando il vento fischiare tra le travi.
Quella sera d’ottobre erano tutti riuniti a tavola: una grande polenta al centro, qualche pomodoro, un grappolo d’uva di nerello, neanche la povera e gustosa aringa e un bricco di latte fumante. Il silenzio era tale che si sentiva il filo che tagliava la polenta fumante e il piccolo crepitio della brace nel camino.
Quando bussarono alla porta, la donna si alzò senza esitazione. Nel profondo del cuore sperava di rivedere almeno uno dei suoi cari, ma quando aprì, trovò un ragazzo.
Si vedeva dagli occhi giovani, anche se la barba incolta e il viso scavato dalla fatica lo facevano sembrare più vecchio. Parlava con il fiato corto: era un soldato in fuga, scappato dopo l’8 settembre. Quella sera era riuscito a sfuggire alla milizia lungo lo stradone e chiedeva asilo per una notte.
La donna non esitò. Lo fece entrare, gli allungò un piatto e lo invitò a condividere la loro cena. I bambini gli fecero posto sulla panca, mentre la madre, con un filo di speranza, gli chiese da dove venisse. Magari poteva avere notizie dei suoi…
All’improvviso, il rombo di una moto squarciò la quiete. Un bussare violento fece tremare la porta. Poi, un tedesco irruppe nella stanza. Il suo sguardo gelido si posò su di loro, i bambini più piccoli si aggrapparono alla veste della madre, i più grandi restarono impietriti.
Il soldato urlava domande incomprensibili, ma la donna restava muta. Lei sapeva. Sapeva che, se avessero trovato il ragazzo, li avrebbero uccisi tutti.
“Kaputt,” ringhiò il tedesco, accompagnando la minaccia con un gesto inequivocabile.
Con uno scatto, spalancò la porta della stalla. La mucca ruminava tranquilla, gli occhi socchiusi, indifferente all’intruso. Poi, come per sottolineare il suo disappunto, evacuò proprio vicino agli stivali lucidi del soldato.
L’uomo fece un passo indietro, irritato. Poi alzò lo sguardo e vide il buco nel soffitto che collegava la stalla al fienile. Si precipitò fuori e salì la scala.
Un odore acre di fieno fermentato lo avvolse. L’aria era densa, il buio fitto. Rovistò furiosamente tra le balle di fieno, ma non trovò nulla.
Scese di corsa, tornò nella cucina e contò i piatti sul tavolo: otto, quanti erano i commensali. Strinse la mascella, lanciò un’ultima occhiata torva alla donna e, senza una parola, risalì sul sidecar e sparì nella notte.
Solo allora la madre crollò sulle ginocchia, stringendo a sé i figli in un abbraccio disperato.
Dal buio della stalla emerse il giovane, spettinato, il viso sporco di polvere e paglia. Aveva il piatto in mano e gli occhi sconvolti.
Si era nascosto nella mangiatoia, accanto alla mucca. La Sperversa, così la chiamavano, perché era nervosa e imprevedibile, sempre pronta a rovesciare il secchio del latte con un calcio improvviso.
Forse, quella notte, aveva voluto essere più di una semplice bestia. Forse, in un lampo di istinto, aveva protetto quel ragazzo spaventato, con un gesto che aveva salvato una vita.
Il giovane li ringraziò con voce rotta. Disse che non li avrebbe mai dimenticati. Poi si avvolse meglio nel suo cappotto, si piegò sulle spalle magre e riprese il cammino, inghiottito dall’oscurità del bosco.
Le acacie si richiusero dietro di lui, complici e silenziose.

Ogni anno, all’arrivo di maggio, mi prende un gran desiderio di tornare al paesello natio.
È una nostalgia che provo spesso, ma soprattutto in questo periodo dell’anno. Il motivo è facile da capire: nella prima decade del mese, arriva lei…
Quella del basso Piemonte è una terra arida, una terra da trunere, terra rossa la chiamano i contadini del luogo: brulla d’inverno, piegata dal freddo pungente e dalle gelate; spoglia d’estate, quando la siccità ne prosciuga gli umori. Ma a maggio lo spettacolo cambia: tutto si trasforma, come quando la neve copre ogni cosa. Fiorisce la splendida acacia.
È una pianta ad alto fusto, spinosa, ma, come per incanto, quasi per addolcire questa sua asprezza, in questo periodo si riveste di grappoli bianchi e profumatissimi, che noi, da bambini, chiamavamo Pappagioia.
C’è una strada proprio davanti alla mia casa, che diventa un viale fiorito perché, nei fossi ai lati, sono nate spontaneamente innumerevoli piante di acacia. E così, a maggio, quasi all’improvviso, la strada da brulla e polverosa diventa poesia.
È di nuovo fiorita, nel ciglio del fosso, e profuma d’amore.

Dopo aver parcheggiato, l’uomo scese dall’auto, diede una spinta alla portiera e prese a guardarsi intorno. Girava su sé stesso lentamente, gli occhi a fessura per proteggerli dal sole pungente.
Osservava attento, con la fronte corrugata, cercando appigli in un tempo lontano.
Quanto lontano? Quanto tempo era passato?
Oltre sessant’anni. Era un ragazzo, faceva la naia.
Inspirò l’aria, cercando indizi non soltanto nelle forme, ma anche negli odori. Allora, in quel suo tempo andato, c’era una fragranza speciale che si diffondeva da questa terra: era il profumo dei lillà. Li si coltivava in campo e, in autunno, li si trasferiva in serra perché fiorissero sotto Natale e nei mesi immediatamente successivi. Erano i fiori bianchi delle spose invernali, con cui si addobbavano le chiese e si confezionavano raffinati bouquet a cascata, racchiusi alla base dalle caratteristiche foglie a cuore avvolte da un nastro di raso.
L’uomo imboccò la rampa di acciottolato, realizzata con sassi prelevati dal vicino torrente Orba, e salì verso la parrocchiale di San Felice. Notò il campanile altissimo; aveva saputo… non ricordava più da chi… che quello originale era crollato nel 1980 e, successivamente, ne era stato costruito uno nuovo, quello appunto, alto ben quarantacinque metri. Fece scorrere lo sguardo fino alla cima… mah, non avrebbe saputo dire se gli piacesse e no. Arrivò fino al sagrato della chiesa, si fermò davanti al portale chiuso e deglutì per qualche istante un antico ricordo dolce amaro.
Proseguì passo a passo, senza premura, con le mani incrociate dietro la schiena leggermente curva.
I pensieri si accavallavano, mescolando presente e passato. Aveva viaggiato tanto, la professione l’aveva portato nei luoghi più sperduti del mondo. Aveva guidato, volato, camminato al ritmo di una fretta che non dava tempo all’orologio di scandire le ore e i minuti. Adesso, la rigidità delle articolazioni lo costringeva a tenere un’andatura lenta e guardinga, ma non se ne doleva: quel giorno, a Frugarolo, non aveva premura.
Lungo il tracciato pedonale attiguo alla chiesa, levò gli occhi verso il cartello chiaro, incastonato in una cornice decorata con volute di metallo. Dovette strizzare gli occhi per leggere la scritta scolorita: «Camminamento Cardinale Alberto Bovone 1922 1998».
Il sole brillante spandeva un lieve tepore che si insinuava nell’aria frizzantina.
L’uomo camminava senza meta, guardandosi attorno incuriosito e attento. Ogni tanto sorrideva, poi, di colpo, si fermava come se un dettaglio –– un portone, un cancello, un giardino –– gli fosse famigliare. Che strani scherzi fa la mente! Le case, rispetto agli anni Sessanta, erano sicuramente cambiate, ristrutturate, ridipinte. E, tuttavia, non si sentiva del tutto spaesato.
Girovagando, si ritrovò nel parcheggio, attraversò la strada e imboccò il marciapiede lungo via Cavour. Si fermò a osservare, sul lato opposto, l’edificio giallo, costruito in modo simmetrico come le case che disegnano i bambini: una grande porta di legno e vetro al centro, due finestre di qua e due di là. In alto, la scritta Municipio, sormontata da un balconcino con tre bandiere sventolanti: quella europea, quella italiana e quella piemontese. Ancora più sopra, uno stemma con un vaso giallo e sei spighe di grano.
L’uomo notò, su una delle inferriate, un cartello con la scritta Biblioteca Comunale. D’istinto attraversò, varcò l’ingresso principale e, appena entrato, si fermò sulla soglia di una porta spalancata, davanti a una scrivania deserta. Le pareti erano occupate da scaffali pieni di libri. Una voce dall’altra stanza confermò una presenza umana: «Arrivo subito».
Pochi istanti dopo, una donna minuta si affacciò e si affrettò a prendere posto alla scrivania. Alzò gli occhi verdi incorniciati da un caschetto grigio e domandò: «Desidera?».
Già: che cosa desiderava? Che cosa l’aveva spinto a entrare?
«Un libro sulla storia di Frugarolo…» abbozzò. Avrebbe voluto aggiungere: “Sono stato qui molti anni fa, quando facevo il soldato ad Alessandria, e con alcuni amici si veniva in paese a ballare, e al cinema, su in galleria. Tutte le domeniche venivo, eh, perché…”. Ma quanto potevano interessare a quella donna i suoi ricordi?
«Ci sono di sicuro delle pubblicazioni su Frugarolo» rispose la bibliotecaria, «ma in questo momento non saprei dove trovarle, alcuni libri sono stati portati altrove. Sa, io faccio volontariato e…».
L’uomo annuì, ringraziò brevemente e si avviò verso l’uscita. Poi, quando già aveva afferrato la maniglia, si voltò d’impulso: «Lei conosce, per caso, Liliana Lorenzotti? Dovrebbe avere all’incirca…la mia età» disse abbassando la voce e indicando con l’indice la sua canuta capigliatura.
La bibliotecaria lo scrutò per alcuni istanti, poi scosse il caschetto grigio: «Liliana Lorenzotti?» sillabò pensierosa. «No, non la conosco».
Osservò l’uomo che usciva e, annuendo a sé stessa, mormorò: «Certo che la conosco, la Liliana. Altroché se la conosco, ma perché dovrei parlarne a uno che… che non è neppure di qui?».
L’uomo riprese il suo girellare sconclusionato. Passò davanti alla Antica Trattoria della Frasca. Lesse un cartello: «Giovedì c’è la trippa». Ne avvertì in bocca il gusto denso, gli sarebbe piaciuto riassaggiarla, ma scosse la testa: non era giovedì.
Vagava di via in via, tra le case ben curate, con portoni lucidi e protettive inferriate eleganti. Si fermò davanti all’edicola votiva della Madonna con Bambino, San Rocco e Sant’Antonio Abate. Poi, imboccò via Gramsci, attraversò la piazza, sostò qualche istante ai tre Monumenti dei Caduti e arrivò alla soglia della chiesa di Sant’Anna. Sospinse una delle porte laterali, entrò e provò un brivido per l’umidità. Gli apparecchi radianti, appesi in alto, erano spenti: con quel che consumano, di certo li accendevano soltanto in occasione delle funzioni. Percorse il perimetro lentamente e uscì apprezzando il tepore debole del sole.
Tornò in via Gramsci, superò il Bar, con le inferriate verdi e i festoni di bandierine dello stesso colore, e raggiunse una cancellata sormontata da un’insegna «Unione Frugarolese Società di Mutuo Soccorso. Ingresso riservato ai soci». Nel cortiletto, qualche tavolino e sedie di plastica, appoggiate al muretto un paio di biciclette.
“Qui c’era il cinema” ricordò commosso. La costruzione, di color pesca impallidito, era sormontata da una elegante balconata con aggrappata una pergola di glicine. “Era qui, sì, era proprio qui!”.
Annuiva eccitato e sorrideva a una pellicola immaginaria che scorreva soltanto nella sua mente. Qualcuno degli avventori sollevò distrattamente lo sguardo, appena incuriosito dalla presenza di quel tipo foresto. Ma l’uomo non se ne curò. Non si schiodava di lì, aggrappato, come il glicine, alla forza dirompente di ricordi che affluivano a ondate in immagini, colori, suoni e profumi lontani. E, al centro di quel fluire vivido, c’era lei, bella, dolce, minuta. Lei, il suo «Bruscolino» come la chiamava con tenerezza. Lei, che gli sussurrava “ti amerò per sempre”. Lei, che lui aveva giurato di sposare nella parrocchia di San Felice, se non fosse accaduto che…
Spesso sono i dettagli apparentemente insignificanti che cambiano i destini. L’uomo inspirò la tristezza e riprovò la rabbia per quella punizione eccessivamente severa al rientro ritardato in caserma, e il suo immediato trasferimento, e poi i dissesti in famiglia che lo avevano tenuto lontano. Ma le lettere… quante lettere le aveva scritto… perché non aveva mai risposto? Quando, poi, era riuscito a tornare, lei era già sposata.
Anche l’uomo, tempo dopo, aveva messo su famiglia, perché una famiglia ci vuole, perché soli non si può stare, perché è il corso naturale delle cose, l’ingranaggio da cui difficilmente si riesce a sfuggire. Nascono i figli, si celebrano le ricorrenze, si lavora, si corre, ci si arrabbia. È la vita. Fino a che era rimasto solo: vedovo e i ragazzi lontani per il mondo.
Si era fatto tardi. La bibliotecaria chiuse diligentemente l’uscio e si avviò verso casa. Non aveva troppa fretta, nessuno l’aspettava da quando, una decina di anni prima, era morto Mario, così mite, premuroso, affidabile. Gli aveva anche voluto bene, un affetto sincero e fiducioso. Si erano tenuti buona compagnia.
Doveva affrettare il passo, perché di sicuro Nuvola reclamava la sua dose serale di crocchette.
Certo che la conosceva la Liliana. E chi non conosceva, a Frugarolo, la signora maestra che aveva insegnato a chissà quanti bambini, lei che di bambini non ne aveva avuti. Non ne erano venuti. E con Mario se n’erano fatti una ragione, senza scombussolare il loro tran tran delicato e metodico.
Ma perché avrebbe dovuto parlare della Liliana a quel tipo, che di sicuro a quest’ora se n’era già andato via come un lampo, così come era arrivato?
Raggiunse il portoncino di legno, sormontato da una tettoia di coppi.
La voce alle spalle la bloccò con il braccio piegato e la chiave, stretta tra l’indice e il pollice, da infilare nella toppa. «Bruscolino, vuoi sposarmi?».
Liliana deglutì e si passò la lingua sulle labbra secche, ma non si voltò.
«Lilli…» incalzò l’uomo trepidante.
Lei non si muoveva. E, invece, avrebbe dovuto spicciarsi perché Nuvola, sul davanzale, miagolava. Ma era passato tutto quel tempo… E quelle lettere… Le aveva trovate soltanto quando sua madre era morta… santa donna, le aveva intercettate e gliele aveva nascoste, perché quel soldato era uno di cui non si sapeva niente, la sua unica figlia doveva maritarsi con uno del posto, affidabile…
«Bruscolino, mi vuoi sposare? Adesso!» incalzò l’uomo impaziente e si affrettò ad aggiungere: «Il tempo di fare i documenti e di aspettare che fioriscano i lillà per il bouquet…» concluse, sfumando la voce.
Nuvola miagolava con insistenza. Passò una donna in bicicletta: «Ciao Liliana».
«Ciao» rispose distrattamente la bibliotecaria e, subito dopo, «sì» affermò decisa, voltandosi. «Sì» ripeté, fissando l’uomo, «sì, perché troppo tempo è andato perduto e altro non se ne può sprecare».
Fuori, palesavano entrambi i segni degli anni; dentro, nell’anima e sottopelle, erano adolescenti.
«I lillà fioriranno presto» lo rassicurò lei. Gli sorrise, aprì la porta ed entrarono insieme.

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